Archivio Privato

Mao Tongqiang

A cura di Marco Scotini Inaugurazione 11 Aprile Ore 18.30 Dal 12 Aprile al 31 maggio 2018 Via G. Ventura 6, 20134 - Milano

Prometeogallery è lieta di annunciare la prima personale italiana di un grande maestro dell’arte concettuale cinese come Mao Tongqiang (classe 1960). La mostra che aprirà l’11 aprile nella sede di Via Ventura a Milano si articolerà nella presentazione di tre grandi opere che coinvolgeranno anche gli spazi della ex chiesa di San Matteo, in Piazza San Matteo a Lucca, (con apertura il 28 aprile).

Potremmo annettere il lavoro di Mao Tongqiang a quella tendenza dell’arte contemporanea che recentemente ha preso il nome di Historiographic Turn: un impulso archivistico, una passione per lo scavo che non accetta compromessi con il passato. Se nell’arte occidentale l’immaginario archeologico di Mao Tongqiang potrebbe stare in ottima compagnia, all’interno della scena artistica cinese risulta piuttosto isolato: non ultima ragione - questa - della straordinaria importanza e singolarità del suo lavoro. Dietro l’intera opera di Mao Tongqiang c’è il disorientamento che segue il rapido passaggio della Cina da un’economia agricola a un’economia moderna basata su merci e servizi, sotto la pretesa di mantenere intatta la sua stessa identità politica.

Quando, nel 2008, Mao presenta il suo progetto Tools al China Art Archive and Warehouse di Pechino, porta a conclusione una ricerca durata tre anni che lo vede raccogliere e accumulare, fino alla saturazione dello spazio espositivo, decine di migliaia di falci e martelli usati e abbandonati, in cui l’emblema del comunismo si moltiplica nella sua presenza fisica, vissuta e materiale. Lontano dall’essere un ammasso amorfo di oggetti, ciascun pezzo è ossessivamente numerato e inventariato, ma anche disposto secondo una basilare classificazione che riconosce le identità (tutte le falci da un lato) e le differenze (tutti i martelli dall’altro). Eppure la grande impressione che questo archivio di muti testimoni lascia sullo spettatore deriva dal carattere teatrale della sua mise en scène corale, epica, tragica (quale può essere quella dell’immagine di un genocidio).

La stessa cosa potremmo dire di tutta una ulteriore serie di collezioni di oggetti trovati che, pur nelle sostanziali differenze, Mao Tongqiang ha presentato – successivamente - in diverse mostre personali fino al 2017. Con gli atti di proprietà della terra di Leasehold (2009) e le bibbie di Scriptures (2011), Mao Tongqiang cerca di mettere in scena metaforicamente una trilogia che vede il cielo, la terra e l’uomo, quali principi base del pensiero cinese. Che cosa rimane di loro dopo il cambiamento? Proprio uno di questi tre grandi lavori è al centro di Da Shi Tang, la mostra che Mao ha concepito per la sua prima personale italiana. Il titolo fa riferimento alla grande mensa popolare che è al centro del processo di collettivizzazione al tempo del Grande Balzo in Avanti (1958-60).

Ma quello che lo spettatore trova all’interno della ex chiesa di San Matteo sono centinaia e centinaia di bibbie su tappeti, sgabelli e sedie della tradizione cinese, quale indice di diverse classi sociali.

Oltre a una mensa, posta nell’abside e corredata di vasellame da tavola del tempo della Rivoluzione Culturale.    

Con l’apertura dei mercati pare che il capitalismo occidentale abbia importato in Cina una nuova ondata di religione cattolica non più sotto il segno dell’uguaglianza sociale. Nonostante tutto, nelle istallazioni di Mao Tongqiang, il carattere di gruppo continua a prevalere su quello individuale. E lo stesso processo di enumerazione gioca sul carattere ripetitivo di oggetti e segni sostanzialmente omogenei che hanno significato solo in relazione l’uno all’altro, rinviando sempre a classi ancora più grandi, innumerabili, senza fine. Non è solo la natura del display che rende ciascun oggetto un anonimo rappresentante, soggetto ad un potere che lo sovrasta. È anche la natura documentale degli oggetti accumulati a mettere in scena la procedura dell’archiviazione come istituzione. Non c’è però nessuna forma di narrazione ma solo l’evidenza muta e interrogativa di un oggetto accanto all’altro, secondo una disposizione paratattica, che rende visibile come le nostre realtà sono costruite e performate, attraverso tecnologie di controllo e dispositivi di sorveglianza. L’archivio è l’ultima traccia lasciata nella storia – afferma Mao Tongqiang fino dal 1998, il tempo della sua opera pittorica contro l’amnesia e la dimenticanza, intitolata The Files.

Completano la mostra, in altre sedi, una specchiante Piazza Tienanmen dal titolo Order e una installazione di documenti originali dalle campagne di rettificazione sotto il titolo Archive