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Driant Zeneli

Driant Zeneli beneath a surface there's just another surface a cura di Martina Angelotti Inaugurazione 18 Settembre 2018 alle ore 19.00 Dal 19.09.2018 al 17.11.2018 Via G. Ventura 6 - 20134, Milano

L'ex Metalurgjik si trova ad Elbasan, una città a 50 km da Tirana, situata in una posizione strategica. Già nell'antichità, alla nascita dell'Impero Romano d'Oriente, si trovava a metà strada fra Roma e Costantinopoli. Oggi resta il simbolo di una storica scelta di propaganda politica studiata a tavolino, alla fine degli anni '60, dal leader comunista albanese Enver Hoxha e da quello cinese Çu En Lai, dopo la grande rottura con la Russia. L'intento di Enver Hoxha era quello di rilanciare la politica economica e industriale, attraverso la costruzione di un grosso complesso metallurgico – Metalurgjik - che diventasse la macchina produttiva più potente del paese, senza tuttavia considerare le future conseguenze dal punto di vista ecologico, del paesaggio e del profilo urbanistico.
La successiva strada delle “privatizzazioni di massa” seguita al crollo politico dell'Europa dell'est degli anni '90 per salvaguardare lo Stato e risanare l'economia, ha via via peggiorato le condizioni di sfruttamento dello spazio e dei diritti umani, senza risolvere il grave problema occupazionale e la manodopera a basso costo.

Muovendo da tale scenario di decadenza industriale e fallimento politico, che invita a una contemplazione distopica della città, Driant Zeneli compie un vero e proprio processo di détournement applicato all'ambiente. Si riappropria dei simboli estetici e delle visioni che hanno marchiato il luogo, reintegrandoli in una cornice che si pone al confine fra l'immaginario real-socialista e quello science-fiction della città futura.                                                                 

Una ricerca durata oltre tre anni, che ruota attorno alle vulnerabili dimensioni situate fra il reale e il possibile. Un film e una video installazione risultato di un'azione performativa, nati sullo sfondo di Metallurgik, rappresentano il focus centrale da cui prendono vita anche sculture-meteoriti, fotografie e disegni. In mostra, pietre contaminate dell'area, recuperate e analizzate scientificamente attraverso radiografie e visioni al microscopio, amplificano lo scenario archeologico messo sotto vetro assieme ad altre tracce, come il risultato di un processo di analisi da laboratorio.

Il film, dal titolo It would not be possible to leave the planet earth unless gravity existed (2017), gioca su una duplice dimensione. Mario, protagonista nonché persona reale vicina all'artista, cammina solo, come se fosse l'unico superstite di una catastrofe celeste dalle conseguenze ancora ignote. Saltando i piccoli crateri, tra pietre ingrigite dall'inquinamento, la sua figura resta sempre un po' in penombra, disegnata da inquadrature precise che celano il deserto circostante di ex ciminiere fumanti o impianti di lavorazione di metalli pesanti, nickel e ferrocromo.
Il film mostra un paesaggio liminale al terrestre, che fa da sfondo a un personaggio che si avventura alla ricerca di reperti, pezzi di archeologia industriale (o spaziale?) da ricostruire e riassemblare per progettare una via di fuga. Da un lato la realizzazione di un desiderio e di un viaggio, quello di Mario alla volta dello spazio, dall'altro la frustrazione provata di fronte all'inadempimento di un progetto sociale e politico, quello di Metalurgjik, di cui restano solo fantasmi.

Di questo desolato pezzo di terra e di storia, due abitanti di Elbasan, Bujar e Flora, padre e figlia, diventano testimoni e soggetti in And than I found some metheorites in my room (2018), installazione video a tre canali, risultato di un'azione performativa che unisce l'amore per la musica della giovane Flora (in arte DJ Sulejmani) e quella per la cosmologia e la materia oscura, diventato per Bujar una passione divorante e una forma di evasione dal quotidiano.
Invitate da Driant, due generazioni si confrontano, si sostengono l'un l'altro nell'immaginazione di un possibile futuro. Tutt'oggi Bujar e Flora raccolgono carbone in quest'area un tempo modellata dall'ideologia del lavoro e dell'espansione, e al tempo stesso testimoniano la possibilità di un'alternativa.
Si muovono da un luogo all'altro dello spazio, fisico e mentale, rendendoci partecipi, ciascuno col proprio linguaggio, di un universo molto più grande. Sullo sfondo delle musiche mixate da Flora, vediamo la sagoma di Bujar inquadrata dall'alto, in campo lungo, mentre cammina tra grandi dossi formati da cumuli di carbone. In voice over (in risposta alle domande di una giornalista) ascoltiamo le sue teorie intorno alla possibilità di vita extraterrestre, mentre scorrono le immagini live trasmesse dal sito dell'International Space Station, stazione in orbita dal 1998, dove continuamente lavora un piccolo gruppo di astronauti. La stazione orbita attorno alla Terra ad una distanza di 400km e in questo numero si concentra tutto il desiderio umano di sottrarsi alla gravità per ritrovare fiducia nella vita, anche se in un altro pianeta. “The planet I love more is Aprhrodite, because is near to Elbasan, my hometown” (“Il pianeta che amo di più è Aphrodite, perché è il più vicino a Elbasan, la mia città natale”), afferma Bruja, ridisegnando così una traiettoria del pensiero che spazia dalla terra al cielo, in un unico, lunghissimo abbraccio. E aggiunge: “I work here, but my mind is in the Horizon”. Lo dice col tono determinato di chi cerca nella scienza –o nella fantasia- le risposte all’esistenza.

Attraverso i personaggi, i loro caratteri e le loro aspirazioni, Driant ha trasformato un pezzo di territorio, che paga ancora le conseguenze di un certo modello di sviluppo industriale, in un'oasi di pensiero cosmico. Dalla superficie minerale di un luogo aspro e abbandonato, vero e proprio parco dell'antropocene, si leva la forza umana dell'immaginazione.