Zehra Doğan, Beyond, installation view at Prometeo Gallery, 2020
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Beyond

Zehra Doğan

Martedì 22 settembre 2020 (dalle ore 16.00), da Prometeo Gallery Ida Pisani (via Ventura 6, Milano), inaugura Beyond, la prima mostra personale dell’artista Zehra Doğan nello spazio milanese della galleria.

Combattente, attiva e contemplativa, Zehra Doğan è nata nel 1989 a Diyarbakır, in Turchia, ma preferisce definirsi curda. Attraverso le sue azioni e i suoi disegni, Zehra ha infatti raccontato principalmente uno stato che non esiste sulle mappe, il Kurdistan appunto, la regione abitata dal popolo curdo e smembrata tra Turchia, Siria, Iran e Iraq, con la caduta dell’Impero Ottomano.

Da paladina del suo territorio e per aver fatto conoscere la storia del popolo curdo, nel 2016 Doğan è stata accusata di fare propaganda per l’organizzazione terroristica PKK, e di conseguenza è stata arrestata e condannata a 2 anni, 9 mesi e 22 giorni di prigionia.
Senza mai arrendersi e nonostante tutti i tentativi per impedirglielo, Zehra ha continuato a produrre opere all’interno del carcere e far parlare del proprio caso. Il mondo della cultura, infatti -e non solo-, si è ribellato alla sua incarcerazione e l’ha supportata, come donna e come artista: dalle associazioni per la tutela dei diritti umani, English Pen e Amnesty International, ai noti artisti Ai Weiwei e Banksy (autore di un murale dedicato a lei a NewYork); dalla Tate Modern di Londra, al Drawing Center di New York e, in Italia, al Museo di Santa Giulia a Brescia, che hanno esposto le sue opere per farle conoscere al mondo.

Lo sguardo dolce e fiero di Doğan ha conquistato Ida Pisani: l’intesa tra gli occhi di queste due donne è stata la solida base su cui si erge la mostra Beyond. Tappeti, teli e mappe curde, sangue mestruale, urina e miscele naturali: su questi supporti e con questi materiali Zehra Doğan ha dipinto, uscendo consapevolmente - e non solo per costrizione - dai tradizionali canoni dell’Occidente, per parlare dell’identità femminile e del corpo.

“In che modo il corpo è diventato una prigione per le donne - si interroga Doğan nel suo testo in catalogo -, quando invece dovrebbe essere considerato una parte di ciò che siamo e non solo una forma di possesso? Come è stato possibile trasformare la biologia in ideologia? In che modo gli esseri umani, definendo se stessi attraverso i loro corpi, si sono chiusi in norme sessiste?”.

La protesta di Zehra si oppone a una politica di disconnessione dal sé, che mira a sottomettere il corpo, riducendolo a un oggetto.
La giovane artista rinuncia ai convenzionali simboli di femminilità e di seduzione, esprimendo la sua presa di posizione contro l’immagine standard della figura femminile, senza però tralasciare l’uso di riferimenti allegorici. È così che, nel susseguirsi di lavori che danno forma alla rassegna, ci si può calare in una precisa realtà storica che rimanda alla violenza, quale costante del Kurdistan, a cui è negato il riconoscimento di stato indipendente, e che rivendica la libertà mostrando la nudità solo per far risaltare ferite fisiche e psicologiche.

Per la serata dell’inaugurazione del 22 settembre (a partire dalle ore 17.00), Zehra Doğan ha concepito una performance dal titolo Dress, per la quale ha realizzato un abito bianco, simile a quello di una sposa, sulle cui lunghe code tagliate emergono simboli calligrafici - “parole proibite” scrive l’artista in catalogo -, che generano una costante associazione fra corpo femminile, definizioni e violenza.

Il ruolo del pubblico presente sarà essenziale nel suo interrogarsi sull’istinto al possesso, sull'ambizione alla proprietà e sulla nozione di negazione storica. Si tratta di meccanismi presenti nella memoria individuale e collettiva che spingono ad atti di spoliazione e saccheggio di territori, come di corpi, altrui.

Invitando a non smettere di denunciare una realtà troppo spesso etno-centrica, razzista e discriminatoria, Zehra offre il suo esempio, le sue opere e le sue riflessioni, frutto di “una storia un po' complicata”, analizzata in catalogo dal testo critico di Rischa Paterlini.