PERRA

Regina José Galindo

8 Novembre 2005 – 20 Gennaio 2006 Inaugurazione: Martedì 8 Novembre, ore 19.00 Prometeogallery di Ida Pisani, Via Ventura 3, Milano 20134

Martedì 8 novembre si inaugura il nuovo spazio milanese Prometeogallery di Ida Pisani, che va ad aggiungersi alla sede ormai nota di Lucca presso la chiesa di S. Matteo. Ad aprire la stagione sarà la prima personale italiana dell’artista guatemalteca Regina José Galindo, con una azione di forte impatto emotivo appositamente concepita per questa occasione.

Leone d’oro come giovane artista alla 51 edizione della Biennale di Venezia, in cui figurava nella sezione “Sempre un po’ più lontano”, diretta da Rosa Martinez, Regina José Galindo anche reduce dalla seconda Biennale di Praga e dalla Biennale di Tirana. L’artista fa comunque la sua prima apparizione internazionale nel 2001 alla Biennale di Venezia curata da Harald Szeemann.

La sua azione “Quien puede borrar las huellas” (Chi può cancellare le tracce) è diventata immediatamente nota presso un vasto pubblico quale segno di resistenza individuale e ritratto collettivo di una diffidente società civile. Qui una giovane donna vestita di nero che attraversa Città del Guatemala – dalla Corte Costituzionale al Palazzo Nazionale – con i piedi ricoperti di sangue, compie un silenzioso e duro atto di denuncia contro la possibile elezione a presidente dell’ex-dittatore Rios Montt. Ma fin dalla sua prima azione nel 1999 Galindo coniugava lo spazio del proprio corpo con quello sociale, quando – inascoltata – recitava sue poesie appesa a dieci metri di altezza sopra una piazza urbana di Città del Guatemala.

Vera e propria esponente di un’arte “della ripetizione”, in senso deleuzeano, Regina Josè Galindo ritorna nei luoghi che hanno visto il pubblico testimone del dramma della storia e, attraverso il suo corpo, “ripete” azioni. La ripetizione non coincide mai con il ritorno dell’identico ma restituisce la possibilità a ciò che è stato: non restituisce il passato come tale ma lo rende ancora possibile. Per questo non la rappresentazione ma una sorta di teatro della ripetizione è al centro dei rituali che Galindo mette in scena: cerimonie singolari, azioni immediate, recitate, messe in atto hic et nunc, ripetute in un movimento reale.

Da qui il carattere intrinsecamente politico del suo lavoro: non solo la presentazione di un discorso di genere o un’operazione di denuncia. Senza concepire la “ripetizione” non sono completamente spiegabili opere come quella presentata all’ultima Biennale veneziana “golpes” in cui l’artista colpisce il proprio corpo un numero equivalente di volte quante sono le donne guatemalteche ammazzate nell’ultimo anno. Oppure non si interpretano nel loro giusto valore azioni estreme come “Imenoplastia”, dove l’artista mette in gioco il proprio corpo. Da qui deriva però anche il carattere poetico di tutte le sue opere che lei stessa chiama “atti di psicomagia”, sottolineandone il carattere di sofferenza e la forte carica emotiva.